MICHELE MORICHI, TRE ANNI SENZA FOOTBALL GIOCATO

La stagione che andrà ad iniziare oggi, lunedì 13 gennaio 2020, sarà la trentasettesima per la franchigia dei GLS Dolphins Ancona.

Il primo allenamento della formazione senior tuttavia, segnerà anche il terzo anno senza football per Michele Morichi.

Cinquanta anni, di cui ventotto spesi da giocatore. Una delle bandiere più vive e presenti nella storia non solo dei Dolphins ma del football italiano tutto.

Per lui parlano numeri e dati: 5 volte miglior kicker di prima divisione, due Italian Bowl vinti su cinque giocati, due coppe dei Campioni ed una Champions League.

Morichi è oggi con noi per raccontarsi e farci sapere quanta ama questo sport e quanto gli manca giocarlo.

Michele grazie del tempo che ci dedichi. Veniamo subito al dunque. Come ti sei approcciato a questo sport?
«Nei Dolphins giocavano due amici miei. Andrea Balestrini e Roberto Rotelli, oggi hall of famer dei Dolphins e head coach della prima squadra. Mi hanno convinto loro. Mi sono innamorato all’istante di questa disciplina e non l’ho più lasciata».

Subito kicker.
«Sì, ma tutti si dimenticano che per anni sono stato anche un buon ricevitore. Ho debuttato con coach Robert Miller tra gli americani che giocavano in quella stagione c’era anche Rik Parker, oggi tornato ai Dolphins come supervisore».

Ricordi tutto come fosse ieri «Sì sono ricordi molto vivi. Come l’esperienza all’università di Lacrosse nel Wisconsin dove assieme a Rotelli, Paolo Belvederesi, Sergio Moretti e molti altri ci siamo divertiti come dei folli, imparando anche molto sul football».

Sei in tutto e per tutto una bandiera dei Dolphins, eppure come fosse uno scherzo del destino, i trofei di squadra li hai vinti tutti fuori Ancona e pure contro Ancona.
«Sono vigile del fuoco e mi trasferirono al nord. Accettai così la proposta di giocare in quel periodo con i Lions Bergamo. Vinsi di tutto. Era la squadra più forte d’Europa. Un Italian Bowl lo vinsi anche contro i Dolphins è vero. Scherzi del destino».

E sono queste le soddisfazioni più grosse che hai avuto.
«I trofei vinti certamente ma anche e soprattutto tutte le amicizie fatte sul campo e negli spogliatoi che sono rimaste tali anche nella vita. Nei Dolphins non eravamo una squadra in sé, ma un vero gruppo di amici che si frequentavano e si frequentano anche oggi fuori dal campo e che di conseguenza quando si giocava, ognuno dava il massimo per sé e per gli altri. Che poi è quello che sto vedendo fare dai ragazzi delle nostre giovanili. Escono assieme il sabato, si frequentano. Sono molto contento di questo è la miglior base per proseguire in questo sport. Il football è un gioco di squadra. Il miglior singolo, da solo, non va da nessuna parte».

E invece un autentico rimpianto ce l’hai?
«Certo». Qual è? «Non aver mai giocato una partita con la nazionale». Mai? Nemmeno una? «Mai. Solo raduni e stage». E come mai? «Una volta ad uno di questi raduni fui messo in “competizione” con Vito La Fata. Calciammo extra points e soprattutto field goal da ogni distanza. Entrambi ottimi e con le stesse medie realizzative». Suppongo scelsero La Fata a questo punto «Esatto. I Coach Giorgio Longhi e Francesco Sclafani mi dissero che egli era più abituato a giocare in Germania in campi con oltre diecimila persone e dunque era meno soggetto ad emozione e pressioni. Eppure eravamo entrambi ai Lions Bergamo in quel periodo».

Cosa hai fatto invece nel football da quando ti sei ritirato?
«Mi occupo del magazzino e dò una mano agli special team e soprattutto ai kicker di ogni formazione tackle dei Dolphins. Mi piacerebbe essere molto più coinvolto nei coaching staff, avere più fiducia, ma devo ammettere che non avrei molto tempo dato che son stato promosso al lavoro ed ho sempre più responsabilità e, dunque, meno tempo libero da dedicare al football».

Ti manca tantissimo comunque il football giocato
«Sì. Troppo. Starei sempre al campo ad allenarmi e giocare. Non sono fatto per stare in tribuna. In sideline appena meglio. Mi agito, scalpito, vorrei dare il mio contributo sul terreno di gioco. Ma non si può. Come giocatore ho sempre dato tutto. Ci ho messo il cuore. Fatico ad abituarmi allo stare fuori».

Per ultimo cosa ti senti di dire a chi si approccia a questa disciplina e cosa pensi del movimento italiano in sé?
«A chi non è dell’ambiente dico: venite a vedere e a giocare il football americano. E’ un bellissimo sport. Ha delle regole difficili da capire all’inizio ma poi ci si abitua e ci si appassiona. A chi già pratica questo sport vorrei dire di giocare sempre corretto e nel rispetto dei compagni e degli avversari. Ho sempre fatto così e lo considero motivo di orgoglio il fatto che non ho nemici e son benvoluto e rispettato da tutti. Agli allenatori dico: non trascurate gli special team. Si vince e si perde anche di un punto. Questa fase del gioco non può essere lasciato al caso. Ed infine sul sistema football in Italia mi sento di dire questo: occhio agli speculatori. Occhio a chi arriva promette tanto e subito e poi guarda caso scompare. Attenzione alla gente con doppi fini. Ci deve essere onestà perché investire sul football è differente dallo specularci. Occorre giocare questo sport per passione e divertimento. Così l’ho sempre interpretato io».

Signore e signori, Michele Morichi.

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